Quaranta persone atterrate stamattina a Mauritius su un volo Alitalia sono rientrate nel giro di 12 ore perché l’isola, per paura del coronavirus, gli ha impedito di sbarcare proponendo come alternativa la quarantena. Intanto in Romania il ministero della Salute ha imposto la quarantena obbligatoria di 14 giorni per tutti quelli che arrivano da Lombardia e Veneto, le regioni più colpite dall’epidemia, e così anche la Francia ha richiesto che chi rientra da Lombardia e Veneto scelga la quarantena volontaria. Anche in Italia il presidente della Regione Basilicata Vito Bardi ha fatto di più: ha emanato un’ordinanza che dispone che i cittadini provenienti da Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Liguria restino in isolamento 14 giorni.
Succede anche questo mentre il numero dei contagiati dal Covid 19 aumenta: 229 nel nostro Paese, di cui 7 i deceduti. Sono gli ultimi dati diffusi dal capo della Protezione Civile Angelo Borrelli che nel suo ultimo bollettino ha anche specificato che «Il Paese è sicuro, si può venire tranquillamente». Una rassicurazione necessaria dato che la psicosi ormai ha anche effetti sui viaggi: Assoviaggi ha appena fatto sapere che dallo scoppio dell’epidemia sono state annullate 50mila partenze, e anche gli spostamenti interni sono ridotti all’essenziale. È utile? Smettere di viaggiare potrebbe ridurre i rischi di contagio? Serve adottare delle cautele per proteggere noi ma anche chi ci sta vicino a noi? Lo abbiamo chiesto a Giovanna Maga, virologo del CNR.
«Interrompere completamente i viaggi bloccherebbe il Paese e sarebbe controproducente perché c’è tutta una serie di strutture sociali che dipendono dalla mobilità, ma è bene tener conto di alcuni accorgimenti», spiega Maga. «Per quanto riguarda l’Italia, nelle zone rosse di Veneto e Lombardia ci sono già precisi provvedimenti che impediscono gli spostamenti. Oltre a questo è consigliabile evitare tratte a lunga percorrenza in treno se toccano tangenzialmente le zone colpite perché aumentano le probabilità che salgano nello stesso vagone persone venute a contatto con il virus e quindi le probabilità di contrarlo dato che i treni, come gli aerei, sono luoghi chiusi e affollati che ne favoriscono la proliferazione. Questa è una cautela da adottare valutando caso per caso a seconda delle necessità se si vuole ulteriormente abbassare il rischio di contrarre l’infezione, e una precauzione particolarmente utile per chi soffre di patologie croniche cardiovascolari o oncologiche dato che sono i soggetti più suscettibili a complicazioni da coronavirus. Al di là delle zone colpite non c’è nessuna limitazione consigliabile per chi viaggia in treno. Per quanto riguarda i viaggi in aereo all’estero, invece, bisogna mettere nel conto anche che ora siamo noi a essere percepiti come il problema, quindi prima di viaggiare vale la pena verificare che il paese di destinazione non abbia imposto regole restrittive per il nostro ingresso».
Ci sono differenze tra viaggi in treno e in aereo?
«Le potenzialità di rischio sono più alte in treno perché c’è un maggior ricambio di persone che scendono e salgono alle varie fermate e quindi una probabilità più alta che un contagiato si sieda accanto a noi. Questo nuovo virus non si trasmette attraverso gli impianti di areazione, ma attraverso il contatto a distanza ravvicinata. Nello specifico si è a rischio se ci si siede di fianco a una persona contagiato o due file prima o dopo di lei. Questo, ovviamente, non lo sapremo mai durante il viaggio, ma è una distanza di riferimento che serve a capire, una volta individuato il possibile contagiato, chi ha più probabilità di aver contratto l’infezione tra quelli che hanno viaggiato con lui».
Ci sono destinazioni più a rischio di altre?
«A parte la Cina e Hong Kong, ora c’è una circolazione importante del virus in Iran. In altri paesi come Francia o Svezia, dove hanno immediatamente individuato la fonte del virus arginandola non c’è problema. Certo, potenzialmente anche loro potrebbero dover affrontare la nostra stessa crisi, e questo vuol dire che la mappa del rischio è in continuo divenire».
Chi non può fare a meno di viaggiare come può tutelarsi?
«È importante lavare spesso le mani, specie prima di mangiare e toccarsi il viso. Una volta a destinazione meglio evitare di stare a contatto con persone che hanno sintomi di raffreddamento, e luoghi troppo affollati».
Quando sono utili le mascherine?
«Le mascherine chirurgiche trattengono le secrezioni: sono utili se una persona è ammalata e vuole proteggere gli altri dal contagio e viceversa proteggono se stiamo a contatto con una persona infetta o potenzialmente infetta. Per questo non ha senso indossarle se non ci sono malati, ma sono utili nelle zone rosse. Però vanno buttate via dopo un paio d’ore perché si sporcano e diventano inefficaci. Le mascherine con filtro, invece, sono per gli operatori sanitari: sono strutturate per essere usate per contatti ravvicinati con pazienti contagiati, e per poco tempo perché altrimenti non consentono di respirare correttamente».
Fino a quando dovremmo adottare questi accorgimenti?
«Fino a quando non sarà dichiarata chiusa l’emergenza: dobbiamo aspettare che non ci siano più casi di diffusione. Potrebbe accadere tra due settimane o tra due mesi».
Se il Governo avesse imposto lo stop totale agli arrivi dalla Cina, tramite scali in altri paesi, secondo lei saremmo a questo punto?
«Sono misure che devono essere bilanciate rispetto alle conseguenze: non si viaggia solo per piacere. Interrompere le comunicazioni con un centro dell’economia mondiale avrebbe avuto conseguenze molto pesanti. Inoltre l’Italia ha imposto il blocco ma così non hanno fatto altri paesi europei, perciò i passeggeri dalla Cina sono arrivati per altre vie: per questo a mio parere non è stato un problema italiano, ma dell’Unione. In ogni caso adesso si stanno adottando sicuramente tutte le precauzioni del caso».
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