Manifesta12 si è aperta ufficialmente il 16 giugno sotto un sole siciliano di mezzogiorno che faceva bollire gli spiriti, le bottiglie di Ruinart – lo champagne partner dell’arte – che versavano fiumi di bollicine nei calici di 200 invitati e un’atmosfera lieve, a tratti emozionante e a momenti commovente. Dall’abside della chiesa cinquecentesca di Santa Maria dello Spasimo, che vide Raffaello Sanzio, i pirati, i malati di peste, davanti alle lunghe navate scoperchiate dove un albero cresce alto fino al cielo, Hedwig Fijen, la direttrice di Manifesta, insieme al sindaco Leoluca Orlando, celebravano l’apertura della Biennale Nomade dell’Arte, con parole piene di speranza.
L’evento, uno dei più interessanti dell’arte contemporanea, ha scelto un tema quanto mai di attualità, il Giardino Planetario. Coltivare la Coesistenza, e una città, Palermo, dove questo tema prende diverse sfumature. Non solo quelle relative ai migranti («No ai muri, sì ai ponti», ha detto Orlando «Io penso che il Mediterraneo debba diventare un continente liquido, fatto di rispetto umano»), ma quella della rinascita, in una coesistenza tra passato e futuro, nell’incontro di una delle città con un patrimonio artisto e storico ammaliante con la rivalutazione che la contemporaneità è capace di inventare.
Vedere Manifesta12 è la celebrazione di questo e di ogni altro incontro possibile, come quello tra stranieri, artisti, critici, personaggi famosi, seduti ai tavoli delle friggitorie di pesce di Ballarò o in cammino sotto il sole in un percorso randomico di scoperta dentro il cuore della città.
47 artisti, 4 curatori, un grande numero di eventi, location, installazioni e performance disseminati in città – dalla Kalsa, uno dei quartieri più antichi, con il lastricato in pietra lucidato da miliardi di passi, per arrivare ai Quattro Canti e al Teatro Massimo -, che la guida di Manifesta non aiuterà sempre a trovare (e la mappa men che meno) – ma che l’atto stesso del ricercare o dell’incontro fortuito rende ancora più speciali. La cosa migliore da fare è mettersi in marcia, su «sentieri» dove a volte sembra che l’arte contemporanea sia una bricola di pane che conduce palermitani e non a riprendere possesso della città e della sua storia, e rivederla con occhi nuovi, e – grazie l’istallazione – aggiungerne un pezzo.
È il caso dell’opera senza dubbio tra le più emozionanti, quella del duo Masbedo, Niccolò Massazza e Iacopo Bedogni: per vedere Protocol no. 90/6, bisogna salire la scalinata dell’Archivio di Stato, e procedere tra i corridoi che portano ad una grande sala in legno con tetto a capriate totalmente occupata da scaffali e scaffalature stracolme di documenti. Buia, è illuminata dalla video istallazione sul fondo della navata, uno schermo che mostra come un’apparizione una marionetta realizzata da Mimmo Cuticchia nelle fattezze di Vittorio De Seta, che si muove con le giunture scricchiolanti. Uno dei miliardi di documenti contenuti nei migliaia di faldoni dell’archivio è infatti relativo proprio al regista palermitano, una denuncia poggiata su un leggio e diventata il cuore dell’istallazione che comincia così: «Il De Seta è figlio del nobile palermitano Marchese Giuseppe De Seta, già qui domiciliato in piazza Kalsa, palazzo proprio. Riservatamente, è stato riferito che il giovane patrizio, per dissesti finanziari, si è dedicato alla cinematografia ed esegue riprese a corto metraggio…».
Da qui inizia un tour nelle meraviglie della città, a Palazzo Branciforti si entra nell’incredibile mondo del Monte dei Pegni di Santa Rosalia, una sorta di quadro di Escher fatto da sale e sale interamente coperte da scale e mansole in legno che salgono fino agli alti soffitti. Qui Lara Favaretto con il suo Atlante delle Storie Omesse ha creato un percorso attraverso l’esposizione di oggetti rubati dai turisti a Pompei – piccoli pezzi di mosaico, «mattonelle» di affreschi – e poi rispediti con lettere di scuse alla Sopraintendenza spesso accusando gli stessi oggetti di portare cattiva fortuna. Si entra al Teatro Garibaldi, risorgenza civica, strordinario recupero nel cuore della Kalsa e ambasciata temporanea di Manifesta, si percorrono le sale di stucchi di Palazzo Butera, i loggiati di Palazzo Forcella De Seta, si entra nel cortile magnifico e decadente di Palazzo Costantini, e poi ci si fa abbagliare dagli stucchi di Giacomo Serpotta all’Oratorio di San Lorenzo, dove ogni giorno alle 12 va in scena la performance vocale di Nora Turato. A Palazzo Mazzarino, in via Maqueda, ci si spinge oltre il cortile per trovare una loggia di possenti colonne «allagata» dall’istallazione di olio esausto di Per Barclay, un lago nero riflettente che ancora una volta dialoga con l’antico. Tutto questo incontrandosi ai caffè, mangiando un piatto di babbaluci (lumache) per la strada, un piatto gourmand nei nuovi ristoranti di Palermo, o una granita davanti all’Orto Botanico: solo perdendosi nel sue verde antico a magnifico (è il più bello d’Italia? probabilmente sì) si arriva a scoprire le istallazioni presenti.
Quello che più conta è essere in città, esserci insieme ai tanti del mondo per celebrare la cultura, la coesistenza pacifica, l’arte e la bellezza. Dicono a Palermo: «Abbiamo lavorato per 30 anni per questo evento. Perché questa è la città che si è rialzata dall’uccisione di Falcone e Borsellino, proprio da questa piazza, piazza Maggione, che allora era una discarica a cielo aperto in mano alla mafia e oggi è il cuore della manifestazione. Abbiamo lavorato con la cultura: i bambini di allora sono i centinaia di volontari che oggi sono qui per Palermo».
Dove Mangiare
Casa del Brodo all spalle della Vucciria, in Corso Vittorio Emanuele è il posto per provare uno dei piatti tipici della città (insieme a tutte le altre: dalla caldume al bollito di carne). Non lontano il ristorante Gagini, offre un’atmosfera accogliente, un tavolone sociale e i piatti creativi-gourmand (ma di sostanza) dello chef Gioacchino Gaglio. Il ristorante è parte del gruppo Good Company, che con una selezione di prodotti slow food e a km zero, ha aperto una serie di locali di qualità in città. Tra questi, il nuovo Aiamola, in via dei Cassari, serve solo pesce mediterrano con l’idea di recuperare la vecchia tradizione dei piatti marinari delle bancarelle di Mondello. Ai Vespri è un’osteria elegante, un classico immancabile perfetta in tutto, ambiente e cucina. Noi, ospiti di Ruinart abbiamo cenato al ristorante Ottava Nota con champagne e prodotti della tradizione con un twist contemporaneo: polpette di melanzana, uovo con tartufo e gamberetti in crema di fave, al top.
Manifesta 12 Palermo, Il Giardino Planetario. Coltivare la Coesistenza,
dal 16/06 al 04/11
m12.manifesta.org
Biglietti, da 10 € per reidenti, da 15 per non residenti.
Tutti i prezzi e promozioni, qui
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